Excerpt
Gelo
Isabelle Adler© 2021
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Capitolo 1
L’OSPEDALE ERA ENORME, e questo allo stesso tempo era sia un bene che un male. Per Finn voleva dire una superficie da coprire molto più ampia, ma anche maggiori probabilità di trovare qualsiasi cosa sfuggita ai tanti saccheggi precedenti in cerca di medicinali e attrezzature.
I generatori di emergenza erano fuori uso ormai da tempo, ovviamente. Il gelo diffuso rendeva comunque la refrigerazione inutile e così il fatto che nessun frigorifero funzionasse in pratica non influiva sui medicinali rimasti. Il problema era piuttosto quell’oscurità costante che rendeva la ricerca difficoltosa e per questo Finn avrebbe dovuto sprecare più batterie per la torcia, che emanava una luce debole e spettrale.
Camminò lungo il corridoio polveroso, facendo molta attenzione alle scritte sulle targhe delle porte e degli ingressi. Laggiù, superata la postazione degli infermieri, c’era un altro magazzino con tante file di cassetti con etichette sbiadite. Era evidente che fosse già stato saccheggiato, probabilmente più di una volta. La maggior parte dei cassetti svuotati si trovava sottosopra e sparsa sul pavimento. Ogni cosa era ricoperta da uno spesso strato di polvere e dai vetri rotti delle ante dell’armadietto, mentre ragnatele sottili avevano raggiunto le mensole vuote e ogni angolo della stanza.
Finn entrò, ispezionando le etichette alla luce della torcia. Due anni prima, aveva sottratto dei libri di medicina da uno studio medico abbandonato e li aveva studiati scrupolosamente e per questo sapeva a grandi linee cosa cercare. Medicinali generici come analgesici andavano anche bene, ma erano sempre più difficili da trovare, senza contare che la gran parte delle cose che era riuscito a recuperare era scaduta da tempo. Aveva imparato per esperienza che, con le dovute cautele, i medicinali potevano ancora essere usati oltre la data di scadenza dichiarata. Un’altra storia era cosa sarebbe successo tra qualche anno, ma l’impulso alla sopravvivenza immediata rendeva la questione prettamente teorica. Se non fosse riuscito a racimolare ciò che gli serviva adesso, probabilmente non ci sarebbe stato un futuro di cui preoccuparsi.
Come temeva, il magazzino ero stato completamente svuotato. Tutto quello che aveva trovato erano alcune confezioni vuote di pillole e alcuni rotoli di garza caduti dietro uno degli scaffali. Finn li infilò nella sua sacca da postino a tracolla, perché tornavano sempre utili, specialmente se ancora chiusi nella loro plastica sterile.
Non avendo altro da recuperare in quella stanza, si spostò nella corsia dei pazienti. Le stanze degli ospedali spesso non venivano ispezionate così a fondo come i magazzini, e questo voleva dire la possibilità di trovare ancora qualcosa, tipo oggetti personali, una scorta di medicine e un occasionale pacchetto di pillole dimenticato dai pazienti del passato. Anche cose come shampoo o tubetti di crema per le mani erano utili, ma la sua speranza era di trovare qualcosa di più sostanzioso.
Nelle ultime due settimane Siobhan era stata male ed era solo per questo che Finn aveva deciso di rischiare andando nel cuore della città dove erano state avvistate delle bande spietate. Nulla di quello che Siobhan aveva assunto fino ad allora aveva migliorato la sua situazione. Doveva trovare qualcosa che la facesse stare meglio, che eliminasse quella tosse terribile di cui soffriva o almeno che alleviasse il dolore. La loro piccola scorta si era ridotta di parecchio (avevano esaurito lo sciroppo per la tosse Robitussin e gli rimaneva una sola confezione di ciprofloxacina) e lui doveva riuscire a rifornirsi di entrambi in qualche modo prima che lei peggiorasse.
Il fascio di luce della torcia illuminò letti ribaltati e monitor distrutti. I materassi erano stati portati via ma i comodini c’erano ancora e Finn rovistò dentro tutti, nonostante l’odore pungente di urina e muffa di cui anche i muri sembravano essere impregnati. Mise tutto quello che trovò nella borsa, bottiglie di disinfettanti, tubetti di plastica, scatole di cerotti, con l’intenzione di controllare il bottino dopo, quando non avrebbe dovuto risparmiare le batterie.
Scattò all’indietro alla vista di un nugolo di scarafaggi venuti fuori da uno dei cassetti in basso che aveva aperto senza pensarci. Doveva essere vero quello che si diceva su quei disgustosi insetti e la loro capacità di sopravvivere a un olocausto nucleare. Sembrava proprio che scarafaggi e altri animali simili prosperassero mentre i mammiferi faticassero a sopravvivere. Finn scosse la testa tristemente a quel pensiero e continuò la sua ricerca metodica.
Nonostante le finestre serrate, sentiva l’ululato distante del vento giungere da fuori. Il tempo era gradualmente peggiorato da quando aveva lasciato casa. Sarebbe stato meglio rientrare prima dell’arrivo del temporale o avrebbe rischiato di rimanere bloccato lì chissà per quanto. Avrebbe controllato solo qualche altra stanza, per assicurarsi di non lasciare niente di importante.
Mentre si sistemava la borsa e usciva dalla stanza, sentì rumore di passi rimbombare da qualche parte in fondo al corridoio. Una serie di passi.
Si arrestò. Non era mai un buon segno. Ospedali e depositi abbandonati attiravano saccheggiatori e gente simile che non aveva nessuna intenzione di incontrare. Spense la torcia e stando vicino al muro si mosse lungo il corridoio, in direzione opposta ai suoni, tenendosi nella zona in ombra, ma il rumore dei passi era sempre più vicino. Si nascose nella stanza successiva, attento a non fare rumore, e sbirciò fuori con cautela, nascosto dietro la porta semichiusa.
Tre grosse sagome si stavano avvicinando. Attrezzati com’erano, con grandi borse e diversi strati di vestiti, e con la luce delle torce puntata nella sua direzione non riusciva a distinguere alcun dettaglio. Dopo essersi parlati piano, i tre si divisero, camminando lungo il corridoio in entrambe le direzioni, entrando e controllando le stanze, probabilmente con la stessa idea di Finn sulla possibilità di trovare qualcosa.
Finn imprecò dentro di sé. C’era già poco da prendere, ma a giudicare dalla grandezza delle loro sacche, con molta probabilità non ci sarebbe stato più nulla per lui dopo, anche se fosse riuscito a defilarsi senza essere visto e ritornare in seguito. In ogni caso, era chiaro che doveva lasciare quel posto. Aspettò che tutti i saccheggiatori fossero impegnati a cercare dentro le stanze per avviarsi in punta di piedi lungo il corridoio facendo meno rumore e più velocemente possibile, cercando l’uscita di emergenza. La trovò alla fine del corridoio, sotto l’insegna USCITA andata in frantumi, ma quando abbassò la maniglia questa emise un rumore secco senza però aprirsi. Fece una smorfia nel sentire quel rumore chiaramente troppo forte per uno spazio così vuoto. Merda, merda, merda. Poteva solo sperare che gli altri fossero troppo presi dal loro rovistare e stessero facendo altrettanto rumore per accorgersi del suo. Provò a spingere la porta con la spalla per aprirla ma non si mosse. Forse qualcosa la ostruiva dall’esterno. Provò ancora un paio di volte prima di decidere di lasciar stare e strisciare verso la finestra nella speranza di trovarla aperta. Attraverso i motivi di ghiaccio che si erano formati sul vetro, vide le ringhiere di una scala antincendio ricoperta di neve come una via di fuga allettante.
Quando provò ad aprirla, il meccanismo di apertura non fece nessun rumore. Forse a causa del ghiaccio o forse perché corroso. Probabilmente per entrambi i motivi.
Oh, cazzo. Finn si guardò intorno disperato, non c’era nessun altro modo per uscire. Non poteva nascondersi dentro una delle stanze per paura di essere scoperto, la sola speranza era quella di tornare indietro mentre i saccheggiatori erano ancora nelle camere. Per quanto rischioso, non aveva altra scelta. Non sapeva chi fossero e non intendeva scoprirlo. Si tenne vicino al muro mentre velocemente ripercorse il corridoio buio verso la postazione degli infermieri.
Avrebbe potuto funzionare, se solo per una cavolo di sfortuna la ricerca dei saccheggiatori nella stanza successiva non fosse stata più breve della precedente.
«Qui non c’è niente,» disse una voce annoiata, prima che due dei tre uomini uscissero lenti dalla stanza. Uno di loro spinse un letto fatiscente provocando un forte stridio che lo distrasse, ma lo sguardo dell’altro s’imbatté proprio su Finn e si bloccò.
«Ehi!» disse il tizio, accecandolo con il fascio di luce della sua torcia.
Finn alzò le braccia per ripararsi gli occhi da quel bagliore. Non c’era dove nascondersi, ma sfruttando quel momento di sorpresa, si lanciò verso l’atrio che conduceva all’entrata del Pronto Soccorso.
«Ehi, tu!» ripeté lo stesso tizio, non troppo eloquente, prendendo a corrergli dietro insieme ai suoi due compari. I fasci di luce delle torce illuminavano zone a caso del corridoio davanti a loro, con movimenti a scatti, ma questo non bastava a distinguere chiaramente l’uscita. Quando girò l’angolo, Finn urtò una barella, che si mosse su ruote cigolanti mentre lui perdeva l’equilibrio nell’impatto. Cadde pesantemente, sbattendo il ginocchio sul pavimento che per fortuna in quel punto non era coperto di vetri rotti e altri detriti.
Emise un sibilo di dolore e frustrazione, arrancò rimettendosi in piedi ma aveva perso secondi preziosi. Il più vicino degli inseguitori lo afferrò dalla tracolla della borsa prima che lui potesse muovere un passo, tirandolo con forza indietro e obbligandolo a fronteggiarli. Finn strizzò gli occhi, accecato dalla torcia.
«Cos’hai qui?»
«Niente. Lasciami andare!» Finn cercò di liberarsi dalla presa, il suo battito accelerato. Le cose si erano messe male, per dirla con un eufemismo. Tre contro uno, non aveva nessuna possibilità di difendersi anche se quegli uomini non fossero stati armati, e lo erano di sicuro. Con un po’ di fortuna, avrebbero potuto prendergli la sua roba e lasciarlo andare. In caso contrario…
Siobhan non ce l’avrebbe mai fatta da sola se si fosse ammalata seriamente.
Quel pensiero lo spinse a una reazione disperata. Diede un calcio al suo aggressore, mirando alle ginocchia, e quando la presa si allentò per un attimo si sbarazzò della borsa. Valeva la pena gettare via il bottino se significava una possibilità di farla franca, ma non riuscì ad andare troppo lontano. Uno degli altri tizi, il più grosso dei tre, gli si parò davanti, facendo oscillare una sbarra di metallo. Sembrava una parte di un corrimano arrugginito, ma Finn non ebbe modo di vedere altri dettagli. Con l’altro uomo quasi su di lui, non aveva molto spazio per muoversi. Si abbassò, ma non fu abbastanza veloce. Il colpo diretto alla testa lo colpì invece alla spalla, rendendogli il braccio destro quasi insensibile.
Barcollò e grugnì dal dolore mentre gli altri due uomini lo afferrarono da dietro, tenendogli le braccia e immobilizzandolo. Reagì alla presa, calciando all’impazzata, ma non servì a nulla.
Il tizio più alto alzò nuovamente la sbarra. Finn riuscì a intravedere il parka verde e lacero dell’assalitore e una barba bionda e sporca prima di chiudere gli occhi per non vedere scagliare quel colpo che sapeva avrebbe centrato il bersaglio questa volta. Non aveva dubbi che lo avrebbero pestato a sangue per aver avuto la faccia tosta di resistergli. Per favore, che facciano in fretta. Mi dispiace, Siobhan.
La porta del Pronto Soccorso si aprì con un forte stridio. Una folata di vento freddo arrivò dal fondo del corridoio. «Ehi!» tuonò un’altra voce, l’eco che rimbalzava sui muri marci. «Fatela finita!»
Finn emise un sospiro come un rantolo e si azzardò ad aprire gli occhi. Una figura in ombra si stagliava all’ingresso. Il nuovo arrivato era solo, ma aveva un fucile. Indossava un pesante e grosso cappotto grigio che quasi sfiorava il pavimento e una spessa sciarpa avvolta attorno alla testa, che nascondeva il suo aspetto.
La vista del fucile fermò gli assalitori. Il tipo più grosso abbassò la spranga e si girò a fronteggiare lo sconosciuto, raddrizzando le spalle minacciosamente. Sembrava come guardare due cani alfa fissarsi.
«Che vuoi?»
«Voglio che lo lasciate e ve ne andiate al diavolo,» disse l’uomo armato con voce bassa e un po’ rauca. «Getta la tua arma.»
«Vaffanculo,» rispose il saccheggiatore, ma Finn avvertì dell’esitazione nel suo tono.
L’uomo alzò il fucile, puntandolo alla testa dell’assalitore. Si sentì il rumore inconfondibile dello sblocco della sicura.
«Non vi darò un altro avvertimento, stronzi,» ringhiò.
Il criminale che teneva Finn si spostò, ma non lo lasciò andare. Quella situazione di stallo sembrò durare un’eternità, a giudicare dalle pulsazioni di Finn.
Con un movimento veloce, l’uomo puntò l’arma verso l’alto. Un colpo quasi assordante risuonò. Tutti e quattro, incluso Finn, si abbassarono d’istinto mentre l’intonaco ricadeva dal soffitto. Finn quasi incespicò perché la presa su di lui si era allentata.
«Pazzo bastardo,» disse tra i denti il tizio più grosso. Gettò la sbarra che cadde rumorosamente sul pavimento. «So chi sei. Ti ho visto in giro, muovendoti come se questo fosse il tuo territorio. Ti conviene guardarti alle spalle.»
«Lo farò di certo,» rispose lo sconosciuto. «Adesso fuori.»
I saccheggiatori lasciarono andare Finn e si diressero verso l’uscita, tenendosi a debita distanza da quel tipo. Il leader con il parka verde gli lanciò una brutta occhiata prima che tutti e tre uscissero in fila.
La porta si richiuse dietro di loro facendo un gran rumore e gettando l’atrio nell’oscurità. Finn cadde in ginocchio, cercando la sua borsa al buio. Tremava, anche se non sapeva se per il sollievo o più per il panico residuo. Alla fine, riuscì a trovare la sacca e a prendere la torcia, che accese subito. La luce si posò sul suo soccorritore, il quale strizzò gli occhi per quel bagliore improvviso. Era alto, di corporatura quasi massiccia e aveva una barba piuttosto curata, ma il resto rimaneva coperto dal cappotto e dalla sciarpa. Si girò a metà verso la porta, ascoltando con attenzione. Quando alla fine sembrò soddisfatto che i saccheggiatori se ne fossero andati, sospirò, abbassando il fucile.
«Un colpo sprecato. Stai bene?» Per fortuna non si mosse da dov’era.
«Sì.» Finn avrebbe preferito avere una voce meno tremante, ma non poteva far a meno di pensare che solo pochi minuti prima aveva rischiato di essere ucciso. Aveva il diritto di essere teso, senza contare che trovarsi vicino a un’arma lo rendeva nervoso. L’uomo armato poteva anche averlo salvato, ma Finn era comunque diffidente di chiunque portasse armi così pericolose. «Ehm, grazie.»
«Nessun problema.» L’uomo ripose l’arma da qualche parte dietro la schiena e Finn riuscì a rilassarsi un po’ vedendolo metterla via. «Sei stato fortunato. Mi sono fermato qui per fare un bisogno e ho sentito tutto quel trambusto.»
Finn rise nervosamente, ancora scosso. Almeno quel tipo, chiunque fosse, non sembrava volerlo attaccare.
«Bene, è meglio che vada allora,» disse. Più rimaneva lì e più difficile sarebbe stato tornare a casa visto il peggiorare del tempo ed era già stato via troppo a lungo. Di sicuro Siobhan era preoccupata, e per un valido motivo considerato quello che era appena successo. «Grazie ancora.»
L’uomo fece un cenno con la testa. «C’è qualcos’altro che posso fare mentre sono qui?»
Finn ci pensò.
«Forse potresti uscire con me,» disse con riluttanza. «Nel caso quei tipi fossero ancora fuori ad aspettarmi.» Credere in uno sconosciuto e affidargli la propria sicurezza non era la cosa più intelligente da fare, ma era la scelta migliore e non poteva negare che una protezione temporanea gli sarebbe stata utile.
Per un attimo il sorriso del suo soccorritore apparse dietro la barba. «Certo.»
Fuori, il vento sferzava con tanta forza da rendere un’impresa camminare e il cielo perennemente cinereo era adesso coperto da nuvole nere di burrasca. Finn si coprì la testa con il cappuccio del cappotto, ma questo non lo aiutò granché a difendersi dal nevischio che gli soffiava dritto in faccia. Le sagome frastagliate degli edifici intorno a loro erano appena visibili nella tormenta di neve. La tempesta che lo aveva preoccupato era già qui e peggiorava a ogni secondo. Non c’era modo di tornare a casa a piedi con quel tempo, a meno di non rischiare geloni o anche peggio.
Se non altro sembrava che nessuno si fosse appostato ad aspettarlo per un’imboscata. I saccheggiatori avevano probabilmente deciso di andare via sia a causa del tempo che per il pericolo che gli sparassero, ma Finn non voleva rischiare di rientrare in quell’ospedale vuoto perché c’era la possibilità che sarebbero ritornati più tardi per finire di rovistare. Si fermò, tenendo la testa bassa, incerto sul da farsi. Trovare un buon riparo era adesso la cosa più importante, e non aveva molto tempo.
L’altro uomo lo fissò, come se percepisse la sua ansia.
«Hai un posto dove stare?» Quasi gridava per riuscire a farsi sentire al di sopra dell’ululato del vento e il frastuono della grandine sull’asfalto rotto.
Finn scosse la testa. «Non sono di queste parti.»
«Allora potresti stare da me finché la tempesta non passa,» disse l’altro. «Non è granché, ma almeno è caldo e asciutto. Viaggiare in questa tormenta è fuori discussione.»
Finn alzò gli occhi per guardarlo, facendo fatica a tenere il cappuccio sulla testa con il vento che continuava a tirarglielo via. Andare con un completo sconosciuto sembrava proprio una brutta idea, ma lo era anche rischiare la morte per congelamento. Se quel tizio avesse voluto fargli del male, lo avrebbe già fatto; non aveva bisogno di attirarlo da nessuna parte. Com’era stato appena dimostrato, si trovavano già in un luogo adatto per commettere un reato. Tra l’altro, la promessa di un posto caldo era davvero troppo allettante per essere rifiutata. La pelle del viso di Finn già formicolava per il freddo e i pezzi di ghiaccio che cadevano dal cielo e il vento che soffiava di traverso non erano d’aiuto.
«Grazie,» disse alla fine. «Accetto l’offerta, se non ti dispiace.»
«Certo.» Il tipo allungò la mano guantata. «A proposito, io sono Spencer.»
«Finn.» Si strinsero la mano. Finn notò che quella era la prima volta che Spencer si era avvicinato abbastanza da toccarlo. «Sarà meglio muoversi prima di diventare dei ghiaccioli.»
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